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San Giovannino

Raffaello Sanzio ( Urbino 1483 - Roma 1420 )

Data
1518 c.
Collezione
Pittura
Collocazione
A38. Raffaello e Michelangelo
Tecnica
Olio su tela
Dimensioni
163 x 147 cm
Inventario
1890 n. 1446

Il San Giovannino di Raffaello segue un modello iconografico creatosi nelle fonti agiografiche medievali e delle ‘Vite del Battista’ o ‘Storie di San Giovanni Battista’ diffuse tra XV e XVI secolo. In quegli scritti si allude alle precoci esperienze di vita eremitica del piccolo Giovanni, che fin dai cinque anni di età era solito perdersi nella solitudine di boschi deserti, ritirato in un antro e appena coperto da una pelle di leopardo. Il cartiglio stretto nella mano destra reca la parola DEI, parte finale della formula ECCE AGNUS DEI con la quale Giovanni Battista, da adulto, si rivolgerà a Cristo riconoscendo in lui l’atteso Messia, il salvatore degli uomini. La mano sinistra indica una croce radiante legata al tronco di quercia, simbolo del destino e del sacrificio di Gesù. La falda d’acqua zampillante sulla sinistra allude invece alla purezza di Cristo e al Battesimo che egli riceverà dallo stesso Giovanni nelle acque del fiume Giordano. A destra, il paesaggio digrada lentamente verso un lago bordato da un bosco, per poi terminare nelle cime montuose.

I colori caldi dai toni abbassati mettono in evidenza il corpo agile e muscoloso del giovane, il cui candore spicca sulla roccia bruna, secondo una soluzione che rimanda a un esempio precedente di Leonardo da Vinci. Proprio al Battista (ora a Parigi, Louvre), che quest’ultimo aveva dipinto a Firenze sul finire del primo decennio del Cinquecento, Raffaello guardò molto, traendone in particolare ispirazione per la forza emotiva del gesto che indica la croce. La posa del nudo, con il lieve contrapposto della gamba sinistra portata in avanti e il piede appoggiato alla pietra, riflette lo studio dei grandi modelli della scultura antica, dal Laocoonte al Giove Ciampolini.

Si ritiene che questo dipinto sia quello descritto da Vasari in entrambe le edizioni delle Vite, ordinato dal cardinale Pompeo Colonna che lo donò al suo medico Jacopo Berengario da Carpi, e da questi poi passato al fiorentino Francesco Benintendi. Esposta nel 1589 nella Tribuna degli Uffizi, l’opera è stata molto discussa dalla critica, divisa tra quanti la ritengono integralmente di mano di Raffaello e coloro che vi intravedono invece l’intervento dei suoi principali allievi, Giulio Romano e Giovan Francesco Penni. La datazione viene fissata agli anni estremi della vita di Raffaello, tra il 1517- anno in cui Pompeo Colonna ricevette il cappello cardinalizio- e il 1518 circa.

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